First I Have to Put My Face On

First I Have to Put My Face On
Foothold, Polignano a Mare
June 10th – July 30th 2018
Exhibiting artists: Mariantoinetta Bagliato, Julia Colavita, Nicole Colombo, Jakub Choma, Adam Cruces, Barbora Fastrová, Monia Ben Hamouda, Pinar Marul, Valinia Svoronou, Sung Tieu
Curated by Christina Gigliotti
Organized and supported by Like a Little Disaster
Photo documentation: Like a Little Disaster
Flyer design: Ville Kallio

Full documentation on Art Viewer,Daily Lazy, KubaParis

First I Have to Put My Face On is the first appointment of TALEA, a series of projects curated by Like A Little Disaster focused on the practices of international curators. TALEA (in Italian) is a piece of a plant used for vegetative (asexual) propagation. It is generally placed in soil or water - if the conditions are suitable, the plant piece will begin to grow as a new form of life independent of the parent.

The exhibition First I Have to Put My Face On originates from an interest in beauty labor and emotional labor, and how the combined efforts of this labor result in how many of us create our identities and present ourselves to society at large. The beauty industry is ubiquitous, and yet beauty labor remains largely invisible or purposefully hidden from those who do not partake in it, the age old phrase being “Don’t ever let them see you applying your lipstick.”(1) Where does beauty labor take place? In bedrooms, bathrooms, salons, doctor’s offices – mainly behind closed doors. This labor is private, and shared solely with trusted professionals or friends – the act of “getting ready before going out” is done together only with the most intimate of companions. “Putting on one’s face” also relates to the self-disciplinary tactics and emotional control that women must use in public, in romantic relationships, and in the workplace in order to be respected or treated as equally as their male counterparts. The artworks in First I Have to Put My Face On explore the human body in relation to the products and procedures included in performing beauty labor, as well as refer to the spaces where these activities occur, and the risks and repercussions of extreme skin/body cosmetic augmentation.

It is challenging to take a side on the topic of beauty labor, and whether or not to participate, embrace, condemn, or attempt to escape it. On one hand, the amount of time, money, and emotions spent for self-presentation can feel utterly oppressive, as feelings about one’s outward image affect moods and influence opinions of self-worth. One can notice the surge in empathetic internet memes about this topic – one in particular includes various images of female celebrities who allegedly cosmetically altered themselves with an overlaying text that reads “Don’t worry – you’re not ugly, you’re just poor.” The sentiment that these celebrities bought their beauty and that the only underlying difference between you and them is monetary is supposed to be comforting. On the other hand, presenting oneself in a way that one chooses can be liberating and equally as confidence boosting – one can’t help but feel empowered by watching Rihanna’s Fenty Beauty make-up tutorials for example.

Just now I took an elongated break from this text to scowl at an aggressive cystic pimple on my chin and work out the different strategies on how to wipe out every trace of its existence before the opening of this exhibition.

Whether or not this physical self expression is a result of conditioning by societal norms and fashion and beauty advertisements is difficult to say, as one can find themselves in a trap. Those who appear to wear too much makeup or show signs of body alterations may suffer the same negative reactions from peers as those who don’t attempt to change their appearance at all. There is a pressure to appear beautiful yet equally “natural” and conceal all efforts it took to get that way. Thus, First I Have to Put My Face On is as much a critique as an exposure and acknowledgement of beauty labor in its many forms.

Christina Gigliotti

(1). My grandmother, as well as classic Hollywood films such as A Foreign Affair starring Marlene Dietrich, in a scene where her character publicly mocks another woman for applying her lipstick unskillfully, thus completely humiliating her.


La mostra First I Have to Put My Face On nasce dall'interesse nei confronti della relazione fra il beauty labor e il lavoro emozionale e l'intersecarsi delle rispettive peculiarità di tali fenomeni. L'apporto combinato di entrambe le tipologie di travaglio “estetico-emotivo” si traduce nelle modalità attraverso cui l'uomo (mi riferisco principalmente ai processi di definizione dell'identità femminile) crea la propria identità e presenta se stesso alla società in generale.

Sebbene l'industria della bellezza sia onnipresente, il beauty labor rimane in gran parte celato a coloro i quali non vi prendono parte. Una frase molto nota, esplicativa di ciò, è infatti: "Non lasciare mai che gli altri ti vedano mettere il rossetto". Dove ha luogo la bellezza? Nelle camere da letto, nelle toilettes, nei salotti, negli studi medici – dunque, principalmente a porte chiuse. Si tratta di un lavoro privato, che viene condiviso esclusivamente con professionisti di fiducia o con amici: l'atto di "prepararsi prima di uscire" si effettua, infatti, solo in presenza delle persone più intime. L'atto di "mettersi qualcosa sulla faccia" si riferisce anche alle tecniche relative all'autodisciplina e al controllo emotivo che soprattutto le donne devono dimostrare di possedere in pubblico, nelle relazioni sentimentali e sul posto di lavoro, allo scopo di essere rispettate o comunque trattate alla stessa stregua della loro controparte maschile. Le opere in mostra esplorano il corpo umano in relazione ai prodotti di bellezza e ai processi intrinseci allo svolgimento del beauty labor e del lavoro emotivo, facendo inoltre riferimento ai luoghi tipici in cui queste attività si svolgono normalmente e alle conseguenze della preminenza attribuita al potenziamento della corporeità.

È difficile prendere una posizione netta circa la questione inerente al beauty labor e decidere se prendervi parte o meno, accettarlo o condannarlo. Da un lato, la quantità di tempo, denaro ed emozioni utilizzata per la presentazione di se stessi agli altri può essere considerata opprimente, dal momento che ciò che sentiamo in riferimento alla nostra immagine esteriore influenza i nostri stati d'animo e la considerazione che abbiamo di noi stessi. È possibile rilevare la presenza capillare su internet di meme empatici concernenti tale questione; uno in particolare include varie immagini di celebrità femminili che hanno utilizzato dei cosmetici presumibilmente in modo intensivo, modificando così la propria immagine esteriore, con un testo in evidenza che recita: "Non preoccuparti, non sei brutto, sei solo povero". Il fatto che queste celebrità paiano aver sostanzialmente acquistato la loro bellezza e che l'unica differenza di fondo tra una persona comune e loro sia di tipo prettamente economico dovrebbe essere confortante. D'altra parte, però, presentare se stessi nel modo che si è scelto e che si sente più vicino alla propria identità interiore può essere liberatorio e contribuisce inoltre all'aumento della produzione della serotonina.

Proprio adesso ho fatto una lunga pausa da questo testo per guardare in cagnesco un brufolo cistico parecchio aggressivo sul mio mento e cercare di elaborare varie strategie per eliminarlo prima dell'inaugurazione di questa mostra.

Non è possibile stabilire con certezza se una tale espressione fisica di sè sia o meno il risultato del condizionamento operato dalle norme sociali e dalle pubblicità di moda e di prodotti di bellezza; la questione può infatti rivelarsi una trappola: chi fa un uso eccessivo del trucco o fa mostra di segni che alterano l'aspetto fisico può incorrere nelle medesime reazioni negative da parte dei coetanei cui va incontro chi non si cura affatto di modificare il proprio aspetto. Ci si sente oppressi dal dover apparire belli e, allo stesso tempo, "naturali" e dal dover celare tutti gli sforzi fatti per ottenere un tale risultato. First I Have to Put My Face On è dunque contestualmente una critica, un'esposizione e un'attestazione della valenza del beauty labor nelle sue molteplici forme.

Christina Gigliotti.

Traduzione Giusi Aglieri.

"First I Have to Put My Face On" è il primo appuntamento di TALEA, una serie di progetti focalizzati sulle pratiche di curatori internazionali. La talea è il frammento di una pianta usata per la propagazione vegetativa (asessuata). Generalmente la talea viene sistemata nel terreno o nell'acqua per rigenerare le parti mancanti, dando così vita ad una nuova forma di vita indipendente da chi l’ha originata.

Foto: Like A Little Disaster

FOOTHOLD
Via Cavour, 68
Polignano a Mare